I    LUPERCALIA

 

 

I Lupercali (in latino Lupercalia) erano una festività religiosa romana che si celebrava il 15 febbraio, in onore di Fauno nella sua accezione di Luperco (in latino Lupercus), cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi.

I Lupercalia ricordano il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito; Plutarco dà una descrizione minuziosa dei Lupercalia nelle sue Vite parallele ("Vita di Giulio Cesare", cap. 61). I Lupercalia venivano celebrati nella grotta chiamata appunto Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa.

 

 

Storia

Le origini della festa sono avvolte nella leggenda: secondo Dionisio di Alicarnasso i Lupercali sarebbero stati istituiti da Evandro, che aveva recuperato un rito arcade. Tale rito consisteva in una corsa a piedi degli abitanti del Palatino (allora chiamato Pallanzio, dalla città dell'Arcadia di Pallanteo), senza abiti e con le pudenda coperte dalle pelli degli animali sacrificati, tutto in onore di Pan Liceo ("dei lupi").

Secondo una leggenda narrata da Ovidio], al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Donne e uomini si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, e qui si prostrarono in atteggiamento di supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose che le donne dovevano essere penetrate (inito, che rimanda a Inuus, altro nome di Fauno) da un sacro caprone sgomentando le donne, ma un augure etrusco interpretò l'oracolo nel giusto senso sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono.

I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani.

 

 

Celebrazione

La festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; soltanto intorno alle anche portavano una pelle di capra ricavata dalle vittime sacrificate nel Lupercale.

I Luperci, diretti da un unico magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna chiamate Luperci Fabiani ("dei Fabii") e Luperci Quinziali (Quinctiales, "dei Quinctii"), ai quali per un breve periodo Gaio Giulio Cesare aggiunse una terza schiera chiamata Luperci Iulii, in onore di se stesso.

In età repubblicana i Luperci erano scelti fra i giovani patrizi ma da Augusto in poi la cosa fu ritenuta sconveniente per loro e ne fecero parte solo giovani appartenenti all'ordine equestre.

Plutarco riferisce nella vita di Romolo che il giorno dei Lupercalia, venivano iniziati due nuovi luperci (uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali) nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio di capre (si ignora se una o più di una, se di genere maschile o femminile: secondo Quilici un capro) e, pare, di un cane (che è cosa normale se i Luperci sono "quelli che cacciano i lupi"), i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere.

Questa cerimonia è stata interpretata come un atto di morte e rinascita rituale, nel quale la "segnatura" con il coltello insanguinato rappresenta la morte della precedente condizione "profana", mentre la pulitura con il latte (nutrimento del neonato) e la risata rappresentano invece la rinascita alla nuova condizione sacerdotale.

Venivano poi fatte loro indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre, ma al tempo di Giovenale[ ai colpi di frusta tendevano semplicemente le palme delle mani.

In questa seconda parte della festa i luperci erano essi stessi contemporaneamente capri e lupi: erano capri quando infondevano la fertilità dell'animale (considerato sessualmente potente) alla terra e alle donne attraverso la frusta, mentre erano lupi nel loro percorso intorno al Palatino. La corsa intorno al colle doveva essere intesa come un invisibile recinto magico creato dagli scongiuri dei pastori primitivi a protezione delle loro greggi dall'attacco dei lupi; la stessa offerta del capro avrebbe dovuto placare la fama dei lupi assalitori. Tale pratica inoltre non doveva essere stata limitata al solo Palatino ma in epoca pre urbana doveva essere stata comune a tutte le località della zona, ovunque si fosse praticato l'allevamento ovino.

Nel giorno dei Lupercalia, infatti, l'ordine umano regolato dalle leggi si interrompeva e nella comunità faceva irruzione il caos delle origini, che normalmente risiede nelle selve.

 

LE LVPERCALIA


Le Lupercalia, festeggiate il 15 febbraio, sono giunte fino a noi ricche dei particolari. Celebrata in onore di Faunus Lupercus, dio di origine greca che teneva lontani i lupi dalle greggi, la festa inizia proprio nel Lupercale, la grotta sul Palatino dove la lupa, secondo la credenza, ha allattato Romolo e Remo.
E' qui che i Luperci (i sacerdoti) sacrificano gli animali, più che altro capre, in onore del dio. Con la lama ancora insanguinata dei coltelli sacrificali vengono bagnate le fronti di due Luperci e poi ripulite con della lana intrisa nel latte (secondo altre fonti non si tratta di luperci ma di due ragazzini di famiglia patrizia). Le pelli degli animali sacrificati vengono poi tagliate a listarelle con le quali i sacerdoti si cingono i fianchi dividendosi in due gruppi. Completamente nudi tranne che per le strisce di pelli, i Luperci iniziano di corsa due percorsi contrapposti, inizialmente tutto intorno al colle (in seguito si riduce al semplice giro del Foro) per poi ritornare al punto di partenza. Con le strisce di pelli frustano lungo il percorso tutti coloro che incontrano e soprattutto le donne, alle quali intendono così fare dono della fertilità, almeno secondo l'interpretazione di Ovidio (Varrone ritiene invece che si tratti, più semplicemente, di un rito di purificazione).
Le origini e il significato di questo rituale affondano tanto le radici nell'antichità che gli stessi autori classici ne spiegano le varie fasi in modo diverso. Tuttavia i Romani tendono a individuare nella festa la celebrazione dell'origine di Roma, considerando il percorso dei Luperci come l'antico tracciato delle mura della città e i due gruppi di sacerdoti come la rappresentazione di Romolo e Remo. La festa sopravvive fino al 494 d.C., quando viene trasformata dai cristiani nella celebrazione della purificazione della Vergine Maria.